domenica 8 settembre 2019

La pressione alta? Si combatte ballando: meglio se con l'"hula dance"



La pressione alta? Balla e ti passa. Ecco l'Hula dance, la danza tradizionale delle Hawaii che finisce sotto i riflettori della scienza per una virtù insospettata: abbinata a farmaci, dieta corretta e vita attiva, è in grado di abbassare la pressione alta anche quando i classici protocolli medici falliscono. Lo suggerisce uno studio preliminare condotto sui Nativi hawaiani e presentato a New Orleans dove sono in corso le Hypertension Scientific Sessions 2019 dell'American Heart Association.

Secondo gli autori, i risultati indicano una ricetta utile a tutti i pazienti del mondo, anche lontano dalle spiagge esotiche del Pacifico. Vanno bene pure «attività culturali simili», ma proprie di altre popolazioni, spiega Joseph Keawèaimoku Kaholokula, autore principale del lavoro e presidente del Dipartimento Salute dei Nativi hawaiani all'università delle Hawaii di Manoa, Honolulu. «In particolare se includono un'attività fisica conforme alle linee guida, e attività sociali che coinvolgono le persone e le stimolano ad adottare modifiche comportamentali salutari - precisa il docente - potrebbero essere usate» come alleate nella terapia di «altri gruppi indigeni: Indiani d'America, nativi dell'Alaska o del Canada, Maori della Nuova Zelanda, aborigeni australiani e così via».


 

Non a caso lo studio si è concentrato sui Nativi hawaiani che spesso, nonostante i farmaci, hanno difficoltà a controllare la pressione sanguigna, con un aumentato rischio di malattie coronariche e ictus. «Tra i Nativi hawaiani - sottolinea Kaholokula - patologie cardiache e stroke hanno tassi 4 volte più alti che fra i bianchi non ispanici, e insorgono 10 anni prima che tra gli hawaiani bianchi e asiatici». Poiché indagini precedenti avevano evidenziato che gli hawaiani prediligono attività terapeutiche di gruppo e vicine alle loro tradizioni, il team di ricerca ha messo a punto «un intervento basato sull' Hula dance che può essere eseguita a diversi livelli di intensità, da uomini e donne a tutte le età». Kaholokula e colleghi hanno reclutato oltre 250 Nativi hawaiani, età media 58 anni, per l'80% donne, che nonostante i trattamenti antipertensivi mantenevano una pressione sistolica (la massima) pari a 140 millimetri di mercurio (mmHg) o superiore, oppure pari a 130 mmHg o superiore in presenza di diabete di tipo 2.

Dopo 3 sessioni di un'ora in cui i pazienti sono stati informati su dieta, esercizio fisico e corretta assunzione dei farmaci, i partecipanti sono stati divisi a caso in 2 gruppi: uno non ha seguito alcuna misura terapeutica aggiuntiva, l'altro - sempre in aggiunta ai medicinali - ha frequentato classi di Hula dance con lezioni di un'ora 2 volte a settimana per 3 mesi, seguite da una lezione mensile per altri 3 mesi, auto-allenamento e attività di sensibilizzazione su ipertensione e vita sana. Il risultato a 6 mesi? Rispetto al gruppo di controllo, il gruppo Hula mostrava più probabilità di avere ridotto la pressione sanguigna sotto i 130 mmHg per la massima e gli 80 mmHg per la minima (diastolica), nonché più probabilità di aver perso oltre 10 mmHg di pressione massima: un calo che abbassa significativamente il rischio di infarto, ictus e scompenso cardiaco. Miglioramenti che perduravano anche nei 6 mesi successivi. Numeri a parte, riferisce Kaholokula, «i pazienti hanno detto che l' Hula è stata divertente e li ha aiutati a soddisfare i loro bisogni spirituali e culturali», tanto che «più dell'80% è rimasto nel programma per 6 mesi e il 77% per un anno».




Per David Goff, direttore della Divisione di Scienze cardiovascolari del National Heart, Lung and Blood Institute dei National Institutes of Health (Nih) che hanno sostenuto lo studio, «questi risultati rafforzano l'idea che per la maggior parte delle persone l'attività fisica più salutare è quella che accelera il respiro e il battito cardiaco. Che si tratti di ballare, andare in bicicletta, nuotare, fare surf o escursioni, la chiave è muoversi sempre più spesso. E farlo in compagnia può aiutare a mantenersi attivi nel tempo». «Questo studio - commenta Eduardo Sanchez, Chief Medical Officer Prevenzione dell'American Heart Association - è un ottimo esempio di come gli interventi sanitari possano essere più efficaci se declinati culturalmente» in base ai valori e alle tradizioni delle popolazioni alle quali si applicano. «Questo - aggiunge - è un approccio che può essere facilmente applicato ad altri gruppi e stili di ballo, dal liscio alla salsa», per centrare l'obiettivo di «una vita più lunga e più sana». Chiosa Mapuana de Silva, esperta di danza hawaiana e consulente della ricerca: «Mentre i benefici fisici dell' Hula dance sono chiari», non vanno sottovalutati altri suoi effetti positivi come «la nascita di rapporti amicali familiari, l'aumento dell'autostima e dell'accettazione degli altri». In una parola, «è lo spirito Aloha». Un saluto, ma anche una filosofia.

martedì 3 settembre 2019

I segreti per mantenere l'abbronzatura dopo le vacanze estive



Mantenere l'abbronzatura il più a lungo possibile è uno dei problemi più frequenti per i vacanzieri che tornano dalle ferie e si apprestano a rientrare nella normalità della vita quotidiana. 

I motivi per cui si cerca sempre di mantenere intatto il colore della pelle abbronzata sono davvero tanti. E tanti sono, allo stesso tempo, gli accorgimenti a cui prestare attenzione per far sì che la tintarella estiva non scompaia mai del tutto. 

Il primo e più importante consiglio per mantenere l'abbronzatura dopo l'estate è quello di prestare grandissima attenzione all'alimentazione: diversi dermatologi consigliano di mangiare frutta e verdura con un alto contenuto di betacarotene, sostanza che oltre a influire sull’assorbimento e sui livelli della vitamina C, è anche direttamente collegata al ciclo della melanina. Tutti quelli che vogliono mantenere l’abbronzatura, devono inoltre consumare frutti ricchi di vitamina C.

Da non dimenticare è poi l’acqua, poiché le cellule della nostra cute dipendono in maniera importante dal livello idrico presente nell’organismo. Qualora i tessuti della cute non avessero a disposizione l’acqua necessaria e utile a mantenere le loro funzioni vitali dovrebbero attingere infatti dalle riserve di melanina, proteina responsabile della cromaticità della pelle umana. Qualora la sua concentrazione diminuisse, anche il colore dell’abbronzatura perfetta verrebbe meno: per evitare ciò, i medici consigliano di bere almeno due litri d’acqua al giorno, possibilmente liscia.


 

Di straordinaria importanza si può poi rivelare l'uso delle creme idratanti, la cui efficacia nel mantenimento dell'abbronzatura è stata già ampiamente dimostrata. Prima dell'applicazione della crema idratante, viene consigliato un processo di cura della cute che prevede l’eliminazione delle cellule morte, per favorire il ricambio cellulare sulla superficie della pelle. Questo perché le cellule vecchie potrebbero staccarsi e danneggiare quelle buone, facendo perdere loro colore.

Durante questa fase di cura epidermica bisogna prestare attenzione a non utilizzare detergenti troppo aggressivi perchè potrebbero portare via anche le cellule ancora vive. Meglio usare degli oli leggeri e delicati, magari a base di aloe vera oppure di burro di karité, sostanza che ha visto la conferma dei suoi effetti benefici in più di un'occasione.

I segreti per mantenere l'abbronzatura al ritorno dalle vacanze non sono così difficili da applicare. Serve soltanto un po' di buona volontà. Che aspetti? 

martedì 27 agosto 2019

Sei ottimista? La tua vita sarà molto lunga, 15% in più dei pessimisti


Chi è ottimista vive più a lungo: è stata osservata una stretta relazione fra l'affrontare la vita in modo sempre positivo e la longevità. In media l'ottimismo allunga la durata della vita dell'11-15% in più rispetto ai non ottimisti, come documenta uno studio dell'università di Boston pubblicato sulla rivista dell'Accademia americana delle scienze (Pnas).

Fra gli over 85 sono più numerosi coloro che affrontano la vita in modo positivo, e questo indipendentemente dallo stato socio-economico, le condizioni di salute, la depressione e lo stile di vita. Non solo dunque essere ottimisti protegge di più dalle malattie croniche e da una morte prematura, come hanno accertato precedenti studi, ma dà maggiori probabilità di avere anche un'eccezionale longevità.


 

Una conclusione a cui i ricercatori, guidati da Lewina O. Lee, sono giunti analizzando i dati raccolti nell'ambito di due studi, uno condotto su 69.744 donne e l'altro su quasi 1500 uomini. L'età media delle donne, al momento della loro valutazione sull'ottimismo nel 2004, era di 58-86 anni, mentre la loro mortalità è stata rilevata nel 2014. Per gli uomini l'età media al momento della valutazione dell'ottimismo, fatta nel 1986, era di 41-90 anni, mentre la mortalità è stata controllata nel 2016. Gli studiosi hanno così osservato un aumento della longevità associato ad un maggior ottimismo, pari in media all'11-15%. Il che, concludono, suggerisce che l'essere ottimisti possa essere un fattore importante per invecchiare in salute.

lunedì 26 agosto 2019

I cani fanno bene al cuore e allungano la vita: il segreto è seguire le loro attività


Il cane è il miglior amico della salute dell'uomo. E del suo cuore. Infatti, avere un cane, tra passeggiatine mattutine e serali e corse al parco, migliora l'attività fisica. Il segreto è seguire le sue attività di gioco e non farsi prendere dalla pigrizia. È questa la conclusione di uno studio che ha anche firme italiane: quelle di tre ricercatori dell'Università di Catania. Il team di ricercatori siciliani ha lavorato allo studio condotto anche dal dipartimento di Medicina cardiovascolare della Mayo Clinic di Rochester (Usa) e dall'ospedale universitario Sant'Anna di Brno, in Repubblica Ceca.

Proprio nella città dell'Est Europa, da gennaio 2013 a dicembre 2014 sono state esaminate circa 2.000 persone. Lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica Mayo Clinic Proceedings: Innovations, Quality & Outcomes, ha dimostrato un'associazione tra il possedere un cane e la salute del cuore, secondo quanto già osservato dall'American Heart Association in termini di attività fisica e riduzione del rischio di malattie cardiovascolari. In altri studi possedere un cane è stato collegato a una migliore salute mentale e a una minore percezione dell'isolamento sociale, entrambi fattori di rischio per gli attacchi di cuore.


 

«In generale, le persone che possedevano un animale domestico avevano maggiori probabilità di fare più attività fisica, di avere una dieta migliore con un livello ideale di zucchero nel sangue - sottolinea Andrea Maugeri ricercatore dell'ateneo siciliano che ha condotto lo studio - In quanto alla scelta dell'animale da compagnia i maggiori vantaggi di avere un animale domestico sono stati per quelli che possedevano un cane, indipendentemente dalla loro età, dal loro sesso e dal loro livello di istruzione».

sabato 24 agosto 2019

Diabete, un italiano su 60 non sa di averlo: complicanze per il 30%



Aumentano i casi di diabete in Italia. I pazienti negli ultimi 30 anni sono più che raddoppiati, ma un italiano su 60 non sa di soffrirne e 3 su 10 hanno già complicanze. È quanto emerso oggi al Meeting Salute di Rimini dall'incontro 'Parliamo di diabete', che ha riunito diabetologi, esperti e associazioni. «Si infoltiscono sempre più le fila dei casi italiani di diabete che nel 1985 erano circa 1 milione e mezzo e che oggi hanno raggiunto i 5 milioni (dati Sid, Società italiana di diabetologia) - evidenziano gli esperti - Un dato esponenziale destinato a crescere, che non si sta rivelando indicatore di un processo di prevenzione e individuazione di persone con diabete, visto che non conteggia il milione di italiani che non sanno di essere già malati».

Secondo gli specialisti, il fattore tempo si conferma discriminante «al punto da penalizzare già il 30% di queste persone, che riportano complicanze micro o macrovascolari, dato allarmante confermato da uno studio danese che ha coinvolto 7 mila pazienti». I numeri della ricerca scandinava «devono contribuire a estendere il 'sospettò che proprio un paziente su 60 che si rivolge a noi è una sicura diagnosi precoce di diabete. Abbiamo strumenti e strutture in grado di poter intervenire in tempo più che utile - spiega il relatore del Meeting Walter Marrocco, responsabile scientifico della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg) - e accompagnare il paziente fin da subito nel difficile e lungo percorso che il diabete comporta; indubbiamente, è tuttavia auspicabile un maggior riconoscimento e continuo sostegno da parte delle Istituzioni».


 

Una volta diagnosticato il diabete, entra in gioco il ruolo di chi dovrà gestire la malattia. La precocità dell'intervento permette anche un'importante pianificazione della terapia nel tempo e, grazie ai successi della ricerca, di condurre una vita più serena. «La vera sfida di noi diabetologi e dei colleghi di medicina generale è responsabilizzare i pazienti alla gestione quotidiana del diabete - precisa Riccardo Fornengo dell'Asl Torino 4 Chivasso Piemonte, consigliere nazionale dell'Associazione medici diabetologi - una patologia cronica spesso asintomatica e che, se non curata, ha un enorme impatto sulla qualità e sull'aspettativa di vita delle persone. Una sfida che può essere affrontata solo assieme». Molti gli argomenti affrontati nel corso dell'incontro riminese: dagli effetti paradossali e collaterali della cronicità, alle 'bufalè più diffuse ('ho un pò di diabete, non posso più mangiare dolci...'), fino alle ultime innovazioni farmacologiche e tecnologiche.

«Le tecnologie possono accompagnare il cambiamento rendendo la gestione del diabete meno 'pesantè, oltre a offrire un miglioramento clinico - continua Fornengo - Il livello di precisione dei device a disposizione ha segnato un cambiamento epocale nella gestione del diabete. Spiego sempre che ora possiamo addirittura 'indossarè i dispositivi viste le dimensioni molto ridotte, la mancanza di fili, tubi e cateteri, evitando le punture quotidiane alle dita e le iniezioni ripetute. Ritengo corretto che il paziente debba essere informato e aggiornato, e ringrazio di poterlo fare anche in questa importante occasione». «Anche in campo scientifico - conclude l'esperto - sta crescendo l'interesse e la necessità di dimostrare il livello di efficacia di questi dispositivi e dei cambiamenti che comportano in termini di qualità di vita. In uno dei più recenti registri su quasi 2 mila pazienti adulti e pediatrici in terapia, l'uso di due nuove tecnologie semplici da usare, ma di alto profilo tecnologico, ha dimostrato un controllo glicemico superiore rispetto a quello osservato nel Registro nazionale americano».

mercoledì 21 agosto 2019

Il vino rosso fa dimagrire: «Un bicchiere prima di dormire vale un'ora di palestra»



Un bicchiere di vino o due prima di coricarsi possono aiutare a perdere peso, dato che equivale a un'ora in palestra. Se si è in cerca di tecniche alternative per la dieta, allora una buona soluzione potrebbe essere questa. I nuovi risultati ottenuti dall'Università di Alberta in Canada, infatti, hanno affermato che un bicchiere di vino rosso equivale a un'ora in palestra.

La ricerca condotta da Jason Dyck dell'Unio ha scoperto che i benefici per la salute nel resveratrolo, un composto trovato nel vino rosso, sono come quelli che otteniamo dall'esercizio. Il resveratrolo funziona perché agisce per impedire alle cellule di grasso di guadagnare più densità. Questa buona notizia è supportata da scienziati della Washington State University e di Harvard, che hanno scoperto che il tuo bicchiere di vino notturno (o due) può effettivamente aiutare con la perdita di peso. 


 

Secondo gli studi, puoi aiutare a prevenire un aumento di peso del 70% bevendo almeno due bicchieri di vino al giorno e il vino rosso è l'opzione migliore a causa del resveratrolo. Ma per ottenere i migliori risultati deve essere la sera - questo purtroppo non si applica a un bicchiere all'ora di pranzo. 

lunedì 19 agosto 2019

Nadia Toffa, il tumore al cervello: cosa è e come riconoscere i sintomi



Nadia Toffa è morta a causa di un tumore al cervello. Si tratta di una patologia decisamente seria, ma come spesso accade in questi casi ci sono diversi tipi di tumore che possono avere esiti diversi. Il cancro che ha colpito Nadia Toffa era uno di quelli per cui non ci sono cure certe, per il quale la scienza sta lavorando molto, e particolarmente aggressivo.

Le neoplasie, come riporta l'esperta Melania Rizzoli su Libero, che si sviluppano all'interno della scatola cranica, possono essere molto diverse istologicamente, avere diversi gradi di benignità e malignità, di dimensione, di locazione e di crescita, e ciascuna di esse ha una storia naturale differente caso per caso. Tra i benigni il più frequente è il meningioma (30,1%), mentre tra i maligni il glioblastoma (20,3%), l' astrocitoma (9,8%). Si tratta di tumori che nascono nell'encefalo, che si differenziano da quelli secondario, ovvero che si sviluppano nel cervello come metastasi di altri tumori.


 

Come in ogni malattia una diagnosi precoce può dare molte più possibilità di salvare la vita. Nadia, purtroppo, scoprì il cancro quando era ormai radicato e aveva già avuto tempo e modo di prolificare. I sintomi di un tumore al cervello possono essere diversi, partendo da cefalea e nausea che sono i primi segni di ipertensione endocranica, Possono esserci poi problemi della vista come la riduzione del campo visivo, perdita della visione laterale (persone che sbattono regolarmente contro gli spigoli o le porte, o strusciano la fiancata dell' auto) e la visione sdoppiata, così come possono essere un campanello d'allarme i disturbi della sensibilità e della motilità degli arti. Deficit dell'udito, problemi di memoria, disturbi del linguaggio, fino nei casi più estremi ad arrivare a crisi epilettiche sono tutti campanelli d'allarme che non vanno sottovalutati. Ognuno di questi sintomi però può nascondere anche altre patologie è bene capire se si tratta di disturbi persistenti e rivolgersi a un medico che saprà fare una diagnosi concreta.

Oggi il tumore del cervello è tra i primi 5 tipi di cancro più frequenti prima dei 50 anni, ma la medicina sta registrando progressi anche nella cura di neoplasie. Ogni tipo di cancro al cervello ha una sua prognosi, ha una sua cura ed è diverso dall'altro, ci sono sintomi diversi a seconda di quale parte del cervello venga colpita, per questo è bene non sottovalutare mai dei cambiamenti  e rivolgersi a degli specialisti. 

martedì 6 agosto 2019

Dieta, 5 alimenti che pensi facciano dimagrire e invece fanno ingrassare


Siete convinti di mangiare pulito e sano? Considerate la vostra dieta equilibrata però continuate ad avere la pancetta?  È possibile che stiate sbagliando qualcosa. Ecco 5 alimenti che pensate facciano dimagrire e invece fanno ingrassare. 

1. MANGIARE VERDURE NON FA DIMAGRIRE
Anche se sono ricche di vitamine, sali minerali, fibre e antiossidanti... da sole non bastano. Se si eliminano tutti gli altri alimenti e si mangiano solo verdure, si finisce per ottenere l'effetto contrario di quello sperato. Sì, perchè mangiare verdure non sazia a lungo. Ed è più facile cedere alle tentazioni e quindi.. ingrassare! Inoltre non contengono carboidrati e proteine, due nutrienti di cui il corpo ha assolutamente bisogno per funzionare bene.

2. NON USARE L'OLIO È SBAGLIATO
«L’olio extravergine d’oliva fa ingrassare». Quante volte avete sentito ripetervi questa frase? Beh, chi ve lo ha detto si sbagliava. Condire i propri alimenti con l'olio fa bene, anche alle persone che sono a dieta. È un alimento che contiene grassi buoni, antiossidanti e nutrienti ottimi per mantenere la linea. Ha inoltre proprietà antinfiammatorie e contrasta gonfiore e cellulite, favorendo il funzionamento della circolazione sanguigna.

3. MANGIARE PASTA IN BIANCO NON FA DIMAGRIRE
Non nutre. Non sazia. Non fornisce al corpo le giuste calorie e vi lascia affamati. Mangiare sempre pasta in bianco è una abitudine sbagliata. L’ideale,infatti, sarebbe preparare la pasta con verdure di stagione. Altrimenti, sempre meglio una pasta al sugo che contiene più vitamine e antiossidanti. 


 

4. NO AL GELATO COME SOSTITUTO DEL PASTO 
Buono sì, ma non come sostituto del pranzo. Dal punto di vista nutrizionale il gelato non costituisce un alimento completo, ed è anche pieno di zuccheri. Non contiene fibre che permettono all'organismo di saziarsi e quindi accentuano gli attacchi di fame improvvisi.  

5. NO AD ALIMENTI GRIGLIATI 
Anche se potrebbe sembrare un buon modo per non riempire il vostro piatto di condimento.. cuocere tutto alla griglia fa male. È una pratica molto aggressiva e rovina i nutrienti contenuti nel cibo, per prima cosa le vitamine.  

mercoledì 31 luglio 2019

Il vino rosso potrà essere usato per combattere ansia e depressione: la scoperta


Il vino fa buon sangue e buon umore. Gli effetti della bevanda dionisiaca sono ancora più positivi di quello che si possa pensare. Secondo uno studio dei ricercatori dell'Università di Buffalo, il vino rosso contiene una sostanza chimica chiamata resveratrolo che contrasta l'ansia e la depressione. Ecco perché dopo un'intensa giornata di lavoro è bene rilassarsi con un buon bicchiere di vino. 

Non è l'alcool che ha effetti anti-stress, ma è proprio il vino ad avere queste particolari caratteristicje. Il dottor Ying Xu, co-autore principale dello studio, ha dichiarato: «Il resveratrolo può essere un'alternativa efficace ai farmaci per il trattamento di pazienti affetti da depressione e disturbi d'ansia».


 

Prima di oggi erano noti gli effetti contro la depressione, ma da uno studio sui topi è emerso che la sostanza è in grado di ridurre l'ansia. Sulla base dei risultati, i ricercatori sperano che il resveratrolo possa essere usato per sviluppare nuovi farmaci anti-ansia e antidepressivi.

domenica 28 luglio 2019

Diabete, la metà dei pazienti “sgarra” con le cure e l'alimentazione durante l'estate: che fare



Il caldo pesa anche sulle abitudini alimentari. Si riduce la fame ma è facile sostituire il pasto con un gelato o una buona dose di frutta. Il risultato, se si soffre di diabete e non si 'aggiustanò le terapie, è il rischio di alterare i valori della glicemia. Accade a circa la metà dei pazienti che può andare incontro a cali repentini degli zuccheri nel sangue per la mancanza di appetito, se si utilizzano farmaci che aumentano il rischio di ipoglicemie, o al contrario a picchi di iperglicemia da eccesso di zuccheri, se non si adegua la cura al maggior introito di zuccheri da gelati, sorbetti, frutta, bibite dolcificate.

A tutto questo si aggiunge spesso la complessità di assunzione delle stesse terapie, che con il cambio della routine delle giornate di vacanza, favorisce dimenticanze ed errori. «L'estate - spiega Domenico Mannino, presidente dell'Associazione medici diabetologi (Adm) - può diventare un momento critico per i diabetici perché spesso in vacanza si modificano le abitudini: c'è chi diventa più attivo e chi passa il tempo fermo sotto l'ombrellone, chi con il caldo perde l'appetito e quindi introduce meno calorie e carboidrati dalla dieta e chi al contrario pur riducendo il consumo di cibo sposta i consumi verso alimenti ipercalorici come i gelati o molto zuccherini come la frutta. Si consumano cibi diversi, in differenti quantità rispetto al solito. Tutto questo può incidere sulla glicemia e le terapie andrebbero quindi rivalutate.


 

Alcune semplici regole possono però essere d'aiuto. È importante, elenca Paolo Di Bartolo, presidente eletto Adm e responsabile della Rete clinica di diabetologia della Romagna, «ricordarsi di bere molto, astenersi da attività sportive intense, non esporsi troppo al sole, controllare spesso la glicemia, misurare la pressione arteriosa con regolarità. È utile, inoltre, parlare con lo specialista prima delle vacanze anche per chiedere consigli nutrizionali: si potrebbe scoprire con sorpresa che un pasto potrebbe essere sostituito con un bel gelato, basta che si facciano gli eventuali necessari adattamenti della terapia farmacologica»

Particolare attenzione e cautela, raccomanda Di Bartolo, «nelle modifiche dietetiche e dell'attività fisica è indispensabile soprattutto se si stanno assumendo farmaci associati a un elevato rischio di ipoglicemia, come insulina, sulfaniluree, repaglinide. La terapia 'estivà richiede perciò una taratura dei dosaggi e se è molto complessa l'adesione al trattamento è a rischio». Da qualche anno, ricorda l'esperto, «sono tuttavia disponibili farmaci che rendono la gestione della cura più semplice in questa fase dell'anno, come gli agonisti dei recettori del GLP1: la loro azione dipende dalla concentrazione del glucosio, non è perciò un effetto ipoglicemizzante ma piuttosto anti-iperglicemizzante. Ciò si traduce nell'assenza del rischio di ipoglicemie. Un esempio è dulaglutide, a somministrazione settimanale, che semplifica molto la gestione e l'adesione alla terapia, in vacanza e non». 

sabato 13 luglio 2019

Dieta, tagliare 300 calorie al giorno fa bene al cuore: anche negli adulti in forma



Dieta, risultati interessanti da uno studio su The Lancet Diabetes & Endocrinology, che evidenziano come, quando si tratta di ridurre il rischio di malattie killer come il diabete e gli infarti, c'è sempre spazio per miglioramenti. ?Tagliare 300 calorie al giorno, anche negli adulti in buona forma fisica, protegge il cuore e fa star bene in salute. Lo studio ha coinvolto 218 adulti e mirava a valutare l'effetto del ridurre l'assunzione di calorie sul metabolismo.

Ai partecipanti è stato chiesto di mantenere la riduzione calorica di circa 300 calorie al giorno per due anni. Dalle analisi del sangue è emerso che chi era riuscito a farlo presentava, rispetto agli altri, miglioramenti significativi nei marcatori che misurano il rischio di malattia metabolica: livelli di colesterolo, pressione sanguigna e glicemia. Inoltre, mostrava una riduzione di un biomarcatore che indica un'infiammazione cronica collegata a malattie cardiache, cancro e declino cognitivo. I risultati erano confermati anche in chi aveva un peso normale o leggermente sopra la media. 


 

Lo studio dimostra, spiega l'autore principale, William E. Kraus, cardiologo e professore di medicina alla Duke University School of Medicine negli Usa, «che anche una piccola modifica alimentare potrebbe ridurre il peso del diabete e delle malattie cardiovascolari nel paese. Le persone possono farlo abbastanza facilmente, osservando piccole attenzioni qua e là, come non fare spuntini dopo cena». Ancora tuttavia, non sono noti i meccanismi. «Continueremo a esplorare cosa potrebbe essere questo segnale metabolico che si traduce in questi miglioramenti», conclude il ricercatore.

venerdì 5 luglio 2019

Cistite: l’estate è il periodo piu’ critico per una donna su due, solo il 43% si rivolge al medico



La metà delle italiane ammette di aver sofferto, almeno una volta nella vita, della patologia. Tuttavia il 31% ignora che si possa prevenirla mentre solo il 61% è consapevole che vi siano cure efficaci in grado di contrastarla. Appena una su tre indica i rapporti sessuali non protetti e l’igiene intima non corretta come cause principali che ne determinano l’insorgenza. E ben il 72% vorrebbe ricevere maggiori informazioni. E’ quanto emerge da un sondaggio, realizzato on line su oltre 2.000 donne nei giorni scorsi, promosso dall’Associazione Italiana di Urologia Ginecologica e del Pavimento Pelvico (AIUG). I risultati sono stati presentati al XXVIII Congresso Nazionale della Società Scientifica, che si apre oggi a Lecce alla presenza di oltre 500 specialisti da tutta Italia. Per aumentare il livello di consapevolezza su un disturbo ampliamente sottovalutato, l’AIUG avvierà nelle prossime settimane una campagna d’informazione sui social media. Gli uro-ginecologi insegneranno alle donne, d’ogni fascia d’età, quali precauzioni prendere per prevenire il disturbo e i rimedi da adottare per evitare complicanze. “La patologia risulta in crescita e presenta numeri importanti – afferma Gian Luca Bracco, Presidente dell’AIUG -. Il 30% delle italiane è stata colpita almeno una volta negli ultimi 12 mesi e in un caso su quattro la malattia si è ripresentata più volte nel corso di un anno. Si tratta di un’infezione della vescica di origine batterica che si manifesta attraverso bruciore vescicale, forte dolore e presenza di sangue nelle urine”. 




Le istruzioni che gli uro-ginecologi forniranno via web prevedono anche informazioni e consigli sulle principali cure. “Oggi abbiamo a disposizione diverse opzioni di trattamento – aggiunge Mauro Cervigni, Segretario Scientifico dell’AIUG -. La terapia antibiotica risulta essere quella più prescritta dal personale medico soprattutto per la fase acuta della patologia, non priva però di effetti collaterali. Tra questi va segnalato l’antibiotico resistenza che sta diventando una vera e propria emergenza sanitaria a livello mondiale. In forte ascesa risultano gli integratori alimentari contenenti il mannosio quali D-mannosio, kistionx cistiless e altri. L’ultimo a disposizione si chiama Urixana ad alto contenuto di D-mannosio estratto secco di salice e lattobacilli. Queste sostanze naturali hanno dimostrato di poter svolgere una forte attività anti-infettiva e inibire i batteri che sono alla base dell’insorgenza della patologia”. Sempre dal sondaggio nazionale dell’AIUG emerge anche una chiara difficoltà, da parte delle donne, ad affrontare alcuni temi delicati riguardanti la salute. Il 28% delle intervistate ammette di non parlare con nessuno dei propri disturbi intimi e il 13% chiede invece aiuto o consiglio al partner. Appena il 43% si rivolge invece al proprio medico di famiglia o ad un ginecologo. E spesso quindi si adottano rimedi e cure fai-da-te senza ricorrere al parere di un esperto. “Imbarazzo e pudori devono essere superati – sottolinea Cervigni -. La cistite, infatti, mina seriamente la qualità della vita e se non viene affrontata tempestivamente e nel modo corretto può generare problemi di salute che si protraggono per diversi anni. L’estate è il periodo più difficile da affrontare per una paziente, nonché il momento in cui registriamo un incremento dell’incidenza della malattia. 

L’umidità e il caldo, tipici di questa stagione, aumentano la proliferazione di microrganismi patogeni. Inoltre è più facile la disidratazione che rappresenta un ulteriore fattore di rischio così come l’alimentazione. Solo il 13% delle italiane è però consapevole che una dieta sana ed equilibrata, e ricca di frutta e verdura, può contrastare le infezioni. Daremo quindi consigli anche su cosa e quanto mangiare e bere quando ci troviamo in spiaggia o in piscina”. L’iniziativa dell’AIUG si svolge interamente on line e vuole combattere anche il preoccupante fenomeno delle fake news. “Sei italiane su dieci affermano di cercare proprio sulla Rete informazioni sul benessere intimo – conclude Bracco -. Per questo la nostra Società Scientifica ha deciso di intercettarle proprio in questo “luogo” con attività specifiche sui social media. Il web rappresenta sempre più una fonte di notizie false o non completamente corrette. Ciò è ancora più pericoloso quando bisogna affrontare un tema delicato come l’uro-ginecologia che interessa la sfera intima e sessuale di una persona. Attraverso diverse iniziative vogliamo soprattutto raggiungere, ed educare, le giovanissime che sono le più esposte al rischio di trovare on line informazioni non corrette”.


 

Numerosi gli altri temi di grande attualità, sia scientifica che sociale, al centro del meeting di Lecce. Gli uro-ginecologi discutono di dolore pelvico cronico, una patologia che sta sempre più emergendo come vera disabilità sociale. Ampio spazio è riservato anche alle novità terapeutiche dell’incontinenza urinaria e fecale. Infine la giornata di sabato viene dedicata al confronto con le associazioni dei pazienti e con le organizzazioni della società civile che si interessano della salute delle donne. L’evento, dal titolo “Salute della donna, stile di vita e medicina di genere”, vuole affrontare tutte le problematiche del pavimento pelvico. Rientra nella campagna nazionale AIUG contro l’incontinenza urinaria Donna=Disagio? Mai più!

mercoledì 3 luglio 2019

Sole, crema protettiva anche sulla pelle abbronzata


Se la pelle è già abbronzata o scura la crema solare non serve? A fare chiarezza su un dubbio tipicamente estivo è il sito anti-fake news “dottoremaeverochè” della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), che dedica un approfondimento a questo tema. «È esperienza comune che il rischio di scottarsi diminuisca a mano a mano che la pelle si abbronza. Gli effetti dannosi del sole si manifestano infatti in maniera visibile con maggiore evidenza nei primi giorni di vacanza, quando ci si comincia a esporre. In seguito sembrano sparire, come se la pelle si abituasse e il colorito che va assumendo fornisse una buona protezione nei confronti dei raggi ultravioletti», ma non è proprio così, avvertono i medici anti-fake news. «L'abbronzatura serve solo come schermo aggiuntivo alla naturale tendenza dell'essere umano a ripararsi all'ombra: in media, infatti, permette di respingere soltanto la metà circa dei raggi che colpiscono la cute, anche se questa quota può variare in relazione a caratteristiche genetiche», dicono gli esperti. Inoltre «il rischio di scottarsi, e la rapidità con cui ciò può accadere, dipendono dalle caratteristiche individuali e dal grado di abbronzatura preesistente. Il punto è che le scottature non sono l'unico danno che il sole può fare alla nostra pelle», ammoniscono i medici.

«All'idea che l'abbronzatura basti a proteggere dal sole contribuisce anche la percezione che nella attuale cultura occidentale la associa a un aspetto 'salutarè. In altri tipi di civiltà, come quelle contadine, dove dipende dal duro lavoro nei campi - in contrasto col pallore di chi svolge attività intellettuali e più spesso appartiene a classi sociali privilegiate - non ha questo significato. Nella nostra società, invece, un aspetto colorito si lega per lo più alle vacanze o allo sport». Ecco perché «molti non vedono l'ora di smettere di applicare filtri solari per il timore di non arrivare a settembre abbastanza abbronzati».  Ma perché la tintarella non ci scherma davvero? «L'abbronzatura rappresenta il modo naturale con cui la pelle si difende dal sole, creando con la melanina un filtro che protegge i suoi strati più profondi. Rappresenta davvero quindi una barriera naturale o indotta dall'esposizione. Questo meccanismo tuttavia non si è selezionato nell'evoluzione in relazione ai fattori culturali a cui si è appena accennato sopra, che solo da un secolo hanno introdotto il concetto di 'tintarellà, per cui si cerca volontariamente di prendere il sole». I dermatologi hanno identificato 6 categorie, i cosiddetti fototipi, che dipendono dalla somma di diversi fattori legati al colore di occhi, capelli e incarnato. Da questi elementi si ricava la probabilità di abbronzarsi e, al contrario, la facilità di scottarsi. In linea di massima si possono quindi distinguere: - Fototipo 1: Tende ad avere occhi chiari, capelli rossi o biondo chiaro, pelle lattea, spesso efelidi: si scotta con grande facilità e viceversa è difficile che si abbronzi; - Fototipo 2: Tende ad avere occhi chiari, capelli per lo più biondi o castano chiari, pelle molto chiara: si scotta facilmente e si abbronza poco; - Fototipo 3: Tende ad avere occhi castani e capelli castani, con pelle chiara: si può scottare, ma poi si abbronza; - Fototipo 4: Ha occhi scuri, capelli scuri e pelle olivastra: si scotta di rado e si abbronza facilmente; - Fototipo 5: Ha occhi e capelli scuri o neri e pelle scura anche senza esporsi al sole: di regola non si scotta; - Fototipo 6: Ha occhi, capelli e pelle nera anche senza esporsi al sole: di regola non si scotta. Ma quali sono i danni che il solo può fare alla pelle? «Le scottature sono solo il segno più evidente. Oltre alle loro immediate, spesso dolorose, conseguenze, aumentano il rischio del più aggressivo tumore della pelle, il melanoma, soprattutto quando si ripetono nell'infanzia e nell'adolescenza. Ciò non significa tuttavia che anche i fototipi più scuri, che non si scottano mai, siano completamente al sicuro da questa eventualità: negli afroamericani, per esempio, per quanto meno frequente, il melanoma è diagnosticato in fase avanzata più spesso che nei bianchi, in parte per una minore consapevolezza del rischio, in parte per una maggiore difficoltà a individuare la macchia sulla pelle già nera», spiegano i medici anti-fake.


 

- Inoltre, ci sono altri tumori della pelle, chiamati carcinomi di tipo squamoso e basocellulare, che sono molto comuni, meno aggressivi del melanoma, ma comunque di natura maligna. Questi non dipendono da scottature, ma da una prolungata esposizione al sole. Inoltre non tutti i raggi solari hanno lo stesso effetto sulla pelle. Le scottature sono provocate per lo più dai raggi Uvb, che sono violenti ma si fermano in superficie e sono frenati dalla melanina presente nella pelle. I raggi Uva, invece, non provocano scottature, ma penetrano in profondità, dove compromettono le fibre di collagene, determinando invecchiamento cutaneo, e favoriscono la comparsa di mutazioni del Dna, potenzialmente cancerogene. La pigmentazione scura della pelle predeterminata geneticamente o acquisita stando al sole non impedisce ai raggi Uva di raggiungere gli strati sottostanti e provocare danni. La loro capacità di penetrazione si manifesta anche attraverso la capacità di passare attraverso i vetri: ne abbiamo un'idea «guardando i tassisti o i camionisti che sembrano molto più vecchi dal lato verso il finestrino che non da quello rivolto verso l'interno del veicolo. Si ritiene, infine, che entrambi i tipi di radiazioni, in dosi eccessive e prolungate, possano avere un effetto negativo sul sistema immunitario». Dal punto di vista pratico, quindi, «è meglio scegliere un prodotto che filtri sia i raggi Uva sia i raggi Uvb», assicurano i medici. Il grado di protezione deve essere adeguato al grado di irradiazione (stagione, latitudine, altitudine, meteo) e al fototipo, «ma non vi si deve rinunciare nemmeno quando si è già abbronzati».

mercoledì 26 giugno 2019

Bere caffè fa dimagrire: «Aiuta il corpo a bruciare calorie»


Il caffè aiuta a mantenersi in forma: è quanto emerge da uno studio da parte del gruppo dell'Università britannica di Nottingham, coordinato da Michael Symonds e pubblicato sulla rivista Scientific Reports, secondo cui all'interno del caffè potrebbe nascondersi una sostanza capace di attivare il tessuto che brucia i grassi, cioè il tessuto adiposo bruno che brucia le calorie. Il probabile candidato è la caffeina, ma sono necessarie altre ricerche per individuare la dose precisa per ottenere l'efficacia della sostanza e l'eventuale associazione con altre molecole.




Il tessuto adiposo bruno, considerato inizialmente una caratteristica solo dei bambini e dei mammiferi che vanno in letargo è, invece, presente anche negli adulti. Dove, sottolineano gli autori della ricerca, ha l'importante ruolo di riscaldare l'organismo bruciando calorie in risposta al freddo. Lo studio è basato sull'analisi dell'effetto di sostanze come la caffeina su cellule staminali in grado di trasformarsi in cellule del tessuto adiposo bruno. E, inoltre, sull'utilizzo di tecniche di diagnostica per immagini che permettono di visualizzare, attraverso camere termiche, la posizione e l'attività del tessuto stesso.


 

Secondo gli esperti, «nel caffè si nasconde quindi una sostanza simile alla caffeina che, da sola o insieme a quest'ultima, facilita il funzionamento del tessuto adiposo bruno. Un'arma - ha aggiunto - che potrebbe rivelarsi utile a contrastare l'obesità e alcune forme di diabete». «Finora non era mai stato scoperto un modo efficace per stimolare l'attività di questo tipo di tessuto. È la prima volta che osserviamo, grazie al caffè, un effetto diretto», ha spiegato Symonds. 

lunedì 24 giugno 2019

Tumore eliminato con il fascio di elettroni: la scoperta che fa sperare di un fisico pugliese



Grazie all’utilizzo di fasci di elettroni generati via laser sarà possibile bruciare alcuni tumori in maniera molto rapida: è quanto scoperto da uno scienziato barese, Gabriele Grittani, che lavora nel centro di ricerca Eli-Beamlines di Dolni Brezany, a pochi chilometri da Praga. Una scoperta che fa ben sperare. Grittani, giovane fisico nucleare, ha brevettato il nuovo sistema che promette maggiore efficacia nella lotta al cancro, in particolare nella cura alle neoplasie al polmone e alla prostata.

«È in corso – spiega Grittani – la realizzazione di un prototipo indispensabile per avviare la fase sperimentale di una radioterapia che rappresenta una svolta storica nel campo dei tumori. I vantaggi di tale scoperta sono molteplici.  Gli elettroni sono più veloci e leggeri rispetto ai protoni oggi utilizzati. 


 

Pertanto, una terapia basata sugli elettroni è sicuramente più rapida, è meno invasiva e più economica. Inoltre, grazie alla tecnologia laser, il macchinario consente il monitoraggio in tempo reale della posizione del tumore, il quale comporta un controllo maggiore sulla terapia del paziente». Grittani, barese di nascita, si è laureato a Pisa, poi si è trasferito a Praga per un dottorato di ricerca e oggi lavora nel centro di ricerca occupandosi di sviluppare nuove tecnologie basate sul laserplasma. 

lunedì 10 giugno 2019

Diabete, giovani sempre più a rischio: colpa di snack ipercalorici e poco sport



In Italia, come nel resto del mondo, l'epidemia di diabete non accenna a fermarsi ed i più minacciati sono i giovanissimi: è tra loro che si registra, infatti, un numero di casi in costante aumento. Alimentazione irregolare, merende ipercaloriche a scuola e spuntini davanti alla tv, ma anche alterazione del ritmo del sonno e poca attività fisica rappresentano gli stili di vita scorretti degli under-18 che spianano la strada al diabete di tipo 2. A rilanciare l'allarme per la salute dei più giovani sono i diabetologi, in apertura del congresso dell'Associazione americana di diabetologia (Ada).

«Bambini e adolescenti italiani in un caso su quattro hanno problemi di sovrappeso e per questo sono ad alto rischio di sviluppare precocemente il diabete di tipo 2. Dati Usa mostrano che, dall'inizio degli anni 2000 a oggi, la prevalenza del diabete di tipo 2 in ragazzini fra 10 e 19 anni è cresciuta del 7% ogni anno», osserva Francesco Giorgino, professore di Endocrinologia all'Università di Bari "Aldo Moro" e Presidente della Società Italiana di Endocrinologia. «L'epidemia di diabete - prosegue - sta perciò dilagando anche fra i giovanissimi, con conseguenze potenzialmente devastanti non solo perché convivere per decenni con la glicemia alta aumenta il pericolo di complicanze e di eventi cardiovascolari, ma anche perché la malattia contratta in giovane età può essere particolarmente aggressiva e difficile da tenere sotto controllo».




Per quanto riguarda bambini e adolescenti, avverte, «siamo in una situazione critica e i dati sono allarmanti, se si considera ad esempio che nelle regioni del Sud il tasso dell'obesità infantile, che è l'anticamera del diabete, ci vede ai primi posti in Europa. Secondo l'Italian Obesity Barometer, infatti, il 24% dei bambini e adolescenti italiani è sovrappeso, con punte di uno su tre proprio al Sud». Il diabete di tipo 2, dovuto a cattiva alimentazione e stili di vita, rappresenta dunque una minaccia in crescita per gli under-18, ma una «lieve crescita - osserva Giorgino - si sta registrando anche nel diabete tipo 1 autoimmune. Anche per quest'ultimo sembra che un effetto predisponente derivi sempre dal grasso e dalle sostanze adipose, che interagiscono col sistema immunitario». Sotto accusa sono ancora una volta gli stili di vita: per questo, afferma Giorgino, «è fondamentale agire attraverso la prevenzione, evitando che gli adolescenti si ammalino».


 

Ma quali sono i comportamento sotto accusa dei teenager? Ad esempio saltare la prima colazione e poi fare merende eccessive, eccedere con gli snack, fare lo spuntino la sera prima di andare a dormire poiché si tratta di calorie di troppo che non vengono smaltite e si accumulano come peso in eccesso. Infine i giovanissimi italiani sono sedentari: uno su quattro dedica al massimo un giorno alla settimana allo sport e solo un'ora per volta. Un problema è anche la perdita di sonno a causa dell'utilizzo di videogames e pc nelle ore notturne. «Una seria campagna che educhi a stili di vita sani in famiglia e a scuola sarebbe perciò necessaria - conclude Giorgino - per insegnare fin da giovani le buone abitudini».

lunedì 3 giugno 2019

Tumore al seno, nuova cura aumenta del 70% la sopravvivenza per le giovani donne



Una nuova terapia contro il tumore al seno aumenta del 70% il tasso di sopravvivenza delle giovani donne. Sono in aumento, infatti, le donne giovani, tra 20 e 39 anni, con tumore al seno avanzato. Per loro, una nuova speranza arriva da una molecola (ribociclib) che, aggiunta alla terapia endocrina standard, ha dimostrato di aumentare significativamente la sopravvivenza. A evidenziarlo è lo studio di fase III MONALEESA-7, su un campione di 672 pazienti seguite da circa tre anni, presentato al congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco).

Lo studio ha evidenziato che dopo 42 mesi di trattamento, il tasso di sopravvivenza era del 70% per le donne trattate col farmaco e la terapia standard e del 46% per quelle che ricevevano la sola cura standard. I risultati dello studio sono stati presentati in conferenza stampa all'Asco come notizia urgente 'late-breaker' e pubblicati simultaneamente sul New England Journal of Medicine. ? «Il cancro del seno avanzato - afferma l'esperto Asco Harold Burstein - può essere molto aggressivo ed è la principale causa di morte per cancro tra le donne tra 20 e 59 anni di età. È dunque incoraggiante vedere una terapia mirata che aumenta significativamente la sopravvivenza per le donne più giovani con questa malattia».




Questa forma tumorale, sottolineano gli esperti, è meno comune tra le donne prima della menopausa ma la sua incidenza è in aumento: negli Usa, tra le donne tra 20 e 39 anni è aumentata del 2% tra il 1978 ed il 2008. L'effetto della nuova molecola, che ha avuto l'approvazione dell'ente regolatorio statunitense Fda, è quello di inibire l'attività di alcuni enzimi che aiutano la proliferazione delle cellule tumorali, portando ad una riduzione del rischio di morte del 30%. «In Italia vivono più di 37.000 donne con diagnosi di tumore della mammella metastatico ? spiega Lucia Del Mastro, responsabile Breast Unit dell'Ospedale Policlinico San Martino di Genova -. Di queste, 3.700 hanno un'età fra i 40 e i 49 anni.

Si tratta di donne giovani, nel pieno della loro vita familiare e professionale. Da qui la necessità di opzioni terapeutiche innovative che garantiscano quantità e qualità di vita. Questo studio offre nuove speranze alle giovani pazienti: ribociclib infatti è un trattamento caratterizzato da un'efficacia superiore rispetto alle terapie anti-ormonali standard e da una bassa tossicità, consentendo di condurre una vita normale pur continuando le cure».


 

E l'Italia ha giocato un ruolo «da protagonista nel programma di ricerca clinica per lo sviluppo di ribociclib con circa 1.000 pazienti inclusi negli studi - afferma Michelino De Laurentiis, direttore del Dipartimento di Senologia all'Istituto Nazionale Tumori IRCCS Pascale di Napoli -. L'obiettivo è la cronicizzazione del carcinoma mammario metastatico. Un traguardo sempre più vicino grazie ai passi avanti della ricerca. L'introduzione di ribociclib, in associazione alla terapia endocrina - conclude - permetterà a molte più donne di ricevere in fase iniziale un trattamento efficace a bassa tossicità, evitando o comunque posticipando la necessità di ricorrere alla chemioterapia».